Bruno Molea è Presidente mondiale della Confederazione Internazionale dello sport amatoriale ed è Presidente nazionale di AICS – Associazione Italiana Cultura Sport, tra i primi enti di promozione sportiva del Paese. È anche membro della Giunta nazionale del CIP – Comitato italiano paralimpico – e consigliere nazionale del CONI – Comitato olimpico nazionale italiano. È presidente di FiCTuS, Federazione Italiana degli enti Culturali, Turistici e Sportivi.

Nato nel ‘55 a Tripoli, si è trasferito a Forlì nel ‘70 dove tutt’ora vive con la moglie Catia. Ha una figlia e due nipoti. Si divide tra Forlì nella cui società civile è impegnato da oltre 30 anni, e Roma dove lavora. Un passato da arbitro di calcio, è tifoso della Juventus, ma è appassionato di tutti gli sport a 360 gradi con una predilezione per pallavolo, nuoto e tennis. È stato, dal 2013 al 2018, deputato della XVII Legislatura, prima nelle fila di Scelta Civica con Monti, poi in quelle di Civici e Innovatori: nell’ambito di quell’incarico, è stato vice presidente della Commissione Cultura alla Camera e segretario della Commissione di vigilanza Rai. È ad oggi membro del Coordinamento del Forum Nazionale Terzo Settore e membro, su nomina del Ministero alle Politiche sociali, del Consiglio nazionale del Terzo Settore. È Stella d’Oro al merito sportivo e Cavaliere Ufficiale dell’Ordine Al Merito della Repubblica Italiana.

Dott. Molea, desideriamo conoscere innanzitutto dai nostri ospiti il proprio stato d’animo rispetto ai drammatici giorni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Ci può descrivere le Sue sensazioni?

Quelle di molti: timore, preoccupazione, e stanchezza. Ma anche tenacia, sete di sapere e voglia di andare avanti con la grande curiosità di sapere come saranno il mondo e i rapporti sociali dopo la pandemia. Sono un uomo di 65 anni, padre e nonno di famiglia e governo due strutture, l’Associazione italiana cultura e sport, e la Confederazione internazionale dello sport amatoriale nelle quali lavorano in pianta stabile una ventina di persone: averne la responsabilità economica è un peso emotivo sì, ma anche uno sprone a non abbattersi di fronte a paure e lockdown. 

Lei è da sempre uomo di Sport, ha respirato l’odore dei campi e ricoperto prestigiosi incarichi dirigenziali, come quelli attuali. Ha pertanto una visione globale e profonda di tutti i settori legati a questo mondo. Può tracciarci un breve punto della situazione alla luce dell’emergenza Covid?

Dopo tre mesi di fermo totale con la prima serrata di primavera, oggi l’Italia torna a chiudere i battenti con il secondo lockdown. La cultura, i centri sociali e ricreativi e i luoghi di incontro hanno sospeso ogni attività da fine ottobre: lo sport di base ha avuto qualche chance in più, a differenza del primo lockdown, e può proseguire a singhiozzo ma tra diverse limitazioni. Restano però chiuse palestre e piscine. Il Governo ha messo in campi una serie di misure economiche di sostegno all’associazionismo, sia sportivo che sociale, ma sono piccoli “ristori” che non potranno avere la forza di sostenere il settore se la chiusura dovesse protrarsi ancora tanto. Lo sport di base, come rimarcato più volte, è un settore economico rilevante, ma anche un importante strumento di welfare: chiuderlo significa non solo mettere a rischio oltre 100mila realtà tra palestre e associazioni sportive dilettantistiche, ma significa togliere specie ai più giovani e agli anziani, o alle categorie sociali più a rischio, importanti occasioni di socialità. 

In particolare, quale Presidente dell’AICS (Associazione Italiana Cultura e Sport) avverte quotidianamente gli umori e le sofferenze dei suoi associati. Cosa stanno comportando per i professionisti del settore, da un punto di vista economico e sociale, le misure di restrizione messe in atto dal governo?

È quanto anticipavo poco prima. Per oltre 100mila realtà che promuovono lo sport di base, il secondo lockdown in pochi mesi, significa morte quasi certa. Calcoliamo che la metà delle associazioni e società sportive non riuscirà a riaprire, quando la pandemia sarà finita. Ciò significa perdite economiche ingenti non solo per le migliaia di collaboratori sportivi che prestano la propria opera nelle associazioni, ma anche per i titolari e i gestori degli impianti sportivi e delle piccole imprese sportive. Il danno sociale che ne consegue sarà, se possibile, maggiore. Non solo per chi dovrà far fronte alle perdite economiche, ma anche e soprattutto per gli utenti finali: gli sportivi amatoriali. In tanti territori – dalle zone periferiche delle grandi città, ai piccoli borghi isolati -, lo sport di base è l’unico presidio di socialità, educazione, benessere psicofisico, ma anche l’unico luogo di aggregazione. Lo sport è un’agenzia educativa al pari della scuola: se viene meno, a pagare saranno prima di tutto i nostri giovanissimi. 

Come avete reagito? Quali iniziative state portando avanti con l’Associazione?  

Devo dire che AiCS è riuscita a reagire da subito, fin dal primo lockdown, mettendo in campo azioni diverse: da una parte, interagendo con le istituzioni per rimarcare il valore economico e sociale dello sport di base, e ciò ha prodotto prima l’arrivo di contributi importanti, e poi limitazioni meno rigide in questa seconda serrata rispetto al primo lockdown. Poi attivando da subito dei servizi che consentissero ai nostri soci di continuare a fare sport nonostante il blocco delle attività: allenamenti on line e le relative coperture assicurative nonostante la modalità di video conferenza, formazione sia sportiva che tecnica via webinar, canali informativi sempre aperti per aiutare le nostre associazioni affiliate a superare la paura dell’ignoto rimanendo sempre informati nonostante i mille Dpcm che si accavallavano e il buio di alcuni momenti di sconforto. Infine uno sportello Covid sempre aperto per tenere informati i soci sui protocolli di sicurezza e la gestione delle crisi. E tanto altro: progettazione sociale e sportiva a favore dei più piccoli, delle categorie sociali a rischio. Laddove si poteva fare attività sportiva e culturale, l’abbiamo sostenuta e agevolata in ogni forma possibile. Laddove non si poteva fare attività, abbiamo riempito i tempi “morti” promuovendo formazione a distanza per dirigenti, tecnici e operatori. 

Lei è anche Presidente mondiale dello CSIT World Sports Games, e questo Le consente una visione di approfondimento che ben travalica le contingenze del nostro Paese…

La situazione italiana non è tanto diversa da quanto sta accadendo nel resto d’Europa e nel mondo. Solo i tempi, specie fuori dall’Europa, sono stati diversi anche se di poco e la gestione dell’emergenza anche: da Stati completamente aperti nonostante il livello di allerta molto alto, a lockdown rigidissimi e frontiere chiuse ben prima di quella italiana. La risposta globale, almeno negli ambiti che frequento io – quelli dell’associazionismo sportivo – è stata la stessa per tutti, quella della resilienza: la capacità di rimanere a galla nonostante limitazioni e paure. La comunicazione, le video conferenza, i progetti on line ci hanno avvicinato riducendo le distanze. 

Oltre ad essere componente del Consiglio Nazionale del Coni, nel Suo importante curriculum ci sono anche significative esperienze politiche. Vuole manifestare in questa sede qualche ulteriore suggerimento, osservazione o monito da trasmettere alle sedi istituzionali/governative del settore Sport e dello Stato?

Non sono più i tempi della divisione tra sport di vertice e sport di base. In questo periodo, al ministero per lo Sport si sta discutendo di una riforma del settore che attendiamo da tempo: cogliamo questa occasione per dare la giusta rilevanza allo sport di base quale non solo importante settore economico sotto il profilo della produttività e del risparmio dei costi sanitari, ma anche e soprattutto quale leva di welfare. In più sedi, il governo ha saputo riconoscere l’alto valore sociale dello sport di base: ora è bene che interventi strutturali e finanziamenti certi confermino le intenzioni. Da noi passa l’inclusione delle categorie a rischio discriminazione, l’educazione dei più piccoli, l’occupazione degli anziani. Serve uno sforzo in più. 

Quale Italia dobbiamo aspettarci quando si concluderà questa emergenza sanitaria?

Ce lo chiediamo da mesi. Un’Italia purtroppo economicamente più magra e forse spaventata. Ma l’esperienza ci insegna che il nostro Terzo settore – quello del volontariato socio-sanitario, delle imprese sociali, dell’associazionismo sociale e sportivo – ha una capacità di ricostruzione senza paragoni, perché questo è il carattere italiano. Il dono non è solo una questione economica: in Italia, è relazione. Sarà dalle reti tra associazioni e persone che ricostruiremo la voglia di condivisione e socialità. Se non si dimentica come andare in bicicletta, escludo ci dimenticheremo di come si abbraccia. Certo: il Terzo settore va messo nelle condizioni di sprigionare questa forza. E ne servirà tanta, perché tra paure, lutti da Covid e lutti “economici”, non sarà certo facile ricostruire il tessuto sociale sano del Paese. 

Sport e Cultura, un binomio perfetto per promuovere valori morali, inclusione sociale, condivisione degli intenti. È da questi concetti che si può ripartire? È da questa certezza che può concludersi la nostra intervista, con un messaggio di speranza?

Esattamente, è quanto dicevo prima. Quando incontro i miei volontari, tecnici e operatori, ripeto sempre lo stesso esempio. Mettete un gruppo di bambini su un prato e buttate tra loro una palla: inizieranno a rincorrersi, a passarsela, divertendosi pur senza essersi mai visti prima. È la forza innata dello sport e della cultura sportiva: sprigiona relazioni. Le relazioni sono il contrario dell’isolamento. Quindi forse la cura a ogni paura. Ripartiremo da qui.